Maledetto monte

I combattimenti a Monte Piana e nelle Dolomiti di Cortina nel 1915

Come nasce il volume

Il volume nasce (ma ancora non lo sapevo) quando un giorno venni contattato dall'erede di un soldato toscano della brigata Umbria che aveva ritrovato alcune sue lettere ed una sorta di diario degli avvenimenti cui il ragazzo aveva partecipato. Dapprima il tutto venne messo sul sito, poi col passare del tempo decidemmo di dare una maggiore dignità a queste vicende e così iniziai a raccogliere documentazione ufficiale (il Diario storico della Umbria, conservato presso l'AUSSME) di ambo gli eserciti, per inquadrare le "avventure" del nostro protagonista nel quadro più generale degli eventi del 1915 sul fronte a nord di cortina d'Ampezzo. Il materiale che ne risultò ci sembrò molto buono e così lo sottoposi ad un editore (Gaspari, di Udine, uno dei migliori per quel che riguarda la Grande guerra) che accettò di pubblicare il libro.

La storia

Stefano Equestri è un ragazzone classe 1895, emigrato in Argentina con il padre falegname per cercar fortuna (e forse anche l'amore); ma nel 1915 la Patria chiama e per non lasciare le donne di famiglia in un Paese in guerra, i due tornano e stefano parte per il fronte. La Umbria si trova lungo il percorso più duro: Cortina, Son Pauses, Forame ed infine Monte Piana. Stefano passa per tutti questi luoghi e racconta quel che vede, con il suo linguaggio semplice, a volte sgrammaticato, ma sempre lucido ed empatico perfino nei confronti del nemico, che per lui sono praticamente dei "fratelli". La vita di Stefano verrà stroncata durante uno dei tanti, vani attacchi italiani contro il Ponte de la Marogna in Val Popena, una delle tante vite di appena vent'anni che si persero nei nostri monti in quegli anni. 

Estratti

È un caldo giovedì di fine estate il 5 settembre del 1895. A Roma Papa Leone XIII, nel suo diciottesimo anno di pontificato, pubblica la sua cinquantanovesima lettera enciclica, la Adiutricem populi, con la quale invita a pregare con il Rosario per il ritorno dei fratelli separati dell’oriente nell'unica Chiesa e per la concordia tra i popoli. A Genova, nello stesso giorno, in una sala della Scuola Svizzera, nasce la gloriosa “Società Ginnastica Andrea Doria”, che 5 anni dopo aprirà anche una sezione dedita al calcio, base della futura società calcistica Sampdoria. La Toscana, come praticamente tutto il resto d’Italia, è soffocata da temperature prossime ai 30 gradi; a Capannori, nel comune di Lucca, Cesira Maria Banducci, nata nella vicina frazione di Tassignano, dà alla luce il suo unico figlio maschio, Stefano Giovanni Narciso, detto “Nino”

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Son Pauses è una delle cerniere di tutto il sistema difensivo del settore nord di Cortina, alla confluenza appunto delle tre valli citate. Se dovesse cadere, si libererebbe lo sbocco nord di Val Travenanzes, che porterebbe alla conquista dell’intera valle, agevolando la penetrazione della 17ª Divisione (IX Corpo d’Armata) verso il Passo di Valparola e la Val Badia. Il controllo della strada tra Cortina e Carbonin agevolerebbe di molto la logistica delle truppe avanzanti, favorendo l’afflusso degli opportuni parchi d’assedio per la distruzione dello sbarramento di Landro. Inoltre si libererebbe dalla pressione austriaca il fianco sinistro della 10ª Divisione (I Corpo d’Armata) che potrebbe puntare su Carbonin e poi su

Landro. Insomma, per gli italiani Son Pauses va preso. Ad ogni costo!

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In realtà la presenza austriaca nel gruppo del Forame ha un duplice scopo: da un lato costituisce una sorta di cuneo puntato verso la linea italiana, a protezione del vitale bivio di Carbonin e dall'altro serve soprattutto a proteggere le

linee di rifornimento austriache per tutto il Rayon V della difesa. In tale zona infatti si congiungono tutte le principali direttrici lungo le quali transitano i rifornimenti di uomini e materiali dell’esercito austro-ungarico. Assieme a Son Pauses, Carbonin è per gli austriaci la garanzia di poter far affluire rapidamente rinforzi in tutte le zone del fronte dolomitico partendo sia da La Villa, che da Brunico, che da Braies e Dobbiaco per poter nel caso tamponare i tentativi di sfondamento italiani.

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È già la seconda volta nel giro di pochi mesi che i battaglioni del 53° Reggimento vengono accusati di scarsa veemenza e di una eccessiva arrendevolezza nei confronti di ostacoli che i Comandi reputano facilmente superabili. Quanto ciò corrisponda effettivamente a verità non ci è dato sapere con esattezza. Di sicuro questi primi scontri sul fronte dolomitico sono caratterizzati, da parte italiana, da una scarsissima conoscenza dell’avversario. Le informazioni, bene che vada, sono imprecise o confuse e nei casi peggiori del tutto assenti. Il terreno è sconosciuto, le difese nemiche

non sono state osservate in precedenza, il numero dei difensori è ignoto il più delle volte. In queste condizioni l’attacco dovrebbe essere condotto lasciando un elevato grado di autonomia decisionale da parte dei comandi alle unità più piccole quali compagnie e plotoni, ma la disciplina militare italiana non è preparata per lasciare questo tipo di iniziativa agli ufficiali inferiori e tanto meno ai sottufficiali, i quali devono semplicemente obbedire agli ordini ricevuti, senza poter nemmeno discutere o eccepire alcunché. Così ognuno si arrangia come può e come sa, ed episodi di pressapochismo se non di vera e propria diserzione si verificarono anche all'interno di questa Brigata.

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Il bombardamento italiano è terribile, come anche riportato da Stefano. Il 3 agosto cadono sul pianoro nord più di 300 granate italiane di grosso calibro (in media 100 Kg ciascuna); gli austriaci però si sono opportunamente ritirati verso il ciglio nord, per cui lamentano solo 4 feriti.

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La mattina successiva il termometro inizia a segnare -2°C e ci sono già 55 centimetri di neve a ricoprire le posizioni di Monte Piana! Le compagnie del 56° tornano al loro Reggimento, ma arrivano i complementi del 53°: si tratta di 7 caporali maggiori, 11 caporali e 182 soldati che vengono suddivisi nelle varie compagnie. Inizia anche il trasporto dei proiettili per il mortaio da 210 che è stato portato sul monte. Dalle 20 sono messi a disposizione dell’artiglieria circa 80 uomini che devono portare i proiettili da Misurina, lungo la strada che è stata coperta. Si tratta “semplicemente”

di percorrere circa 5 km al buio sotto la pioggia e con la temperatura prossima allo zero, con un dislivello di 400 metri portando granate da 100 kg!

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Arriva venerdì 22 ottobre 1915. Finalmente una bella giornata: cielo terso e sereno, temperatura non troppo fredda ed un po’ di neve dei giorni precedenti ad imbiancare i monti. Le Dolomiti in questo periodo offrono il meglio di loro stesse:

colori, profumi, luci ed ombre lasciano impronte indelebili in chi si trova a visitarle ed a passeggiare per i sentieri. Ma quel giorno non ci sono turisti negli alberghi, non ci sono alpinisti sulle “montagne più belle del mondo”, non ci sono escursionisti e villeggianti sui sentieri innevati. In quei giorni, secondo il generale Monticone, “un nuovo popolo abitò la parte orientale dell’arco alpino, scavò caverne, trincee, camminamenti; costruì strade, ponti, fortificazioni e rifugi; fece saltare con le mine alcune cime; alterò la fauna e la flora; si spinse a vivere nei ghiacciai”. E’ il popolo di Stefano, dei suoi commilitoni e dei suoi avversari. Una generazione di ragazzi strappati alle loro case, alle loro famiglie e mandati a combattere sulle Dolomiti per una guerra che l’allora Papa Benedetto XV definì una “inutile strage”, nonché “suicidio

dell’Europa civile”.

Perché acquistarlo?

Non è un libro epico, non è un libro retorico, non è un libro eroico, non è un libro di avventure ... è semplicemente la storia di un semplice ragazzo di venti anni, catapultato a combattere contro altri ragazzi come lui in un territorio tanto bello quanto ostile, magnifico e tragico allo stesso tempo. Ma la semplicità e l'umiltà di stefano fanno da contraltare all'immenso poter distruttivo del conflitto, che su quelle cime oggi Patrimonio dell'Umanità, falciò decine di migliaia di giovani vite lasciando due nazioni prive dei loro migliori giovani.